Autore: Claude AI, sotto la guida e la revisione di Học Trò.
Introduzione — Il disco di Paul Mauriat
A dire il vero, non sono uno che colleziona i dischi di Demis Roussos. In casa mia non c'è nessun LP con il suo nome, nessun CD con la sua foto in copertina. Eppure ogni volta che salgo in macchina e accendo la musica, mi ritrovo ad ascoltare le sue canzoni — perché il disco che metto più spesso è quello di Paul Mauriat: la suite orchestrale che Mauriat ha registrato appositamente a partire dai grandi successi di Roussos, pubblicata nel 1979 per la Philips. Un album di dieci brani ben assortiti: We Shall Dance, My Reason, My Only Fascination, Goodbye My Love Goodbye, Someday Somewhere, Forever and Ever, From Souvenirs to Souvenirs, Because, Ainsi soit-il, Loin des yeux loin du coeur. Una trentina di minuti che scorrono come un sogno, perché Paul Mauriat sapeva esattamente come mettere quelle melodie nella loro luce migliore — nulla da aggiungere, nulla da togliere, solo l'angolazione giusta.
Arrivare a Demis Roussos passando per Paul Mauriat invece che dall'originale può sembrare un percorso strano. Per me era la cosa più naturale del mondo. Ho cominciato ad ascoltare la musica francese — Pierre Bachelet, France Gall, Laurent Voulzy — attraverso gli arrangiamenti orchestrali, prima ancora di sentire le parole. Poi, piano piano, risalivo all'originale. Questo cammino non fa perdere niente; ha anzi un suo vantaggio particolare: quando si ascolta prima la musica senza parole, l'orecchio impara la melodia pura prima che i testi arrivino a colorarla. E a volte la melodia nuda dice cose che le parole non riescono a raggiungere.
Ma alla fine sono tornato a Demis Roussos che canta. E la prima canzone che ho ascoltato in loop, finché non ne ho conosciuto ogni singola nota, è stata "From Souvenirs to Souvenirs."
Alessandria, 1946 — La città che si è costretti a lasciare
Demis Roussos — nome completo Artemios Ventouris-Roussos — nacque il 15 giugno 1946 ad Alessandria d'Egitto. Suo padre, Yorgos Roussos, era chitarrista classico e ingegnere. Sua madre, Olga, partecipava a una compagnia teatrale amatoriale della comunità greca locale. Un bambino che cresce in quell'atmosfera familiare — dove la musica e la scena sono naturali come il pranzo in famiglia — non ha bisogno che qualcuno gli spieghi che suono ed emozione vanno di pari passo.
Alessandria degli anni Quaranta e Cinquanta era una città di mondi sovrapposti. Non greca, non egiziana, non precisamente niente di determinato — piuttosto un composto complicato di tutto. La comunità greca vi era presente da secoli, accanto a francesi, italiani, ebrei, arabi, britannici, tutti ammassati in questo porto mediterraneo che era stato un tempo la capitale intellettuale del mondo antico. Cosa sentiva un bambino che cresceva lì? Canti bizantini nelle chiese ortodosse greche, musica araba per strada, jazz nei caffè sul lungomare, musica classica in casa. Come esattamente questa mescolanza sonora abbia poi plasmato la voce di Roussos, non saprei dirlo con certezza — ma fatico a credere che qualcuno cresciuto in tale ricchezza non ne abbia portato qualcosa nella propria musica, consciamente o no.
Nel 1956 scoppia la crisi di Suez. Il governo egiziano nazionalizza i beni; la comunità greca di Alessandria perde il suo radicamento. La famiglia Roussos lascia la città e torna ad Atene. Demis ha dieci anni e della città non gli rimane più nulla — solo il ricordo. Fu forse allora che capì per la prima volta che si può perdere un luogo senza morire — basta che la storia decida diversamente. Quel senso di perdita irrecuperabile, credo, è il fondo emotivo di tutta la sua carriera musicale: canzoni sulla separazione, su ciò che è passato e non tornerà.
The Idols, Parigi e Aphrodite's Child
Atene non era Alessandria, ma Atene aveva la musica. Nel 1963, Demis Roussos diciassettenne entra in un gruppo chiamato The Idols — e lì incontra le due persone che cambieranno la sua vita: Evángelos Papathanassíou (il futuro Vangelis) e Loukas Sideras. Tutti e tre portavano dentro qualcosa che non si adattava al pop ordinario, e lo sapevano. Qualche anno dopo, andati a Parigi in cerca di opportunità, si ritrovano bloccati dai sommovimenti politici del maggio 1968 — il mese in cui Parigi sembrava essersi capovolta completamente. Decidono di restare. E nasce Aphrodite's Child.
Il nome ha l'aria di un sogno mediterraneo, e così la loro musica — un rock progressivo dalle tinte greche e orientali, senza eguali tra i gruppi britannici o americani dell'epoca. Ottengono subito un successo con "Rain and Tears" (1968), una canzone costruita sul tema del Canone di Pachelbel — quella progressione immortale rivestita in chiave pop-rock 4/4 immediatamente accessibile. La voce di Roussos in quel brano diceva tutto: qualcosa di giovane che portava però una tristezza più antica della sua età, mediterraneo eppure universalmente familiare.
Ma l'album che questa stagione ha lasciato in eredità è 666 (1972) — un'opera monumentale ispirata all'Apocalisse, così ambiziosa che nessuno sapeva bene come definirla: musica sperimentale, rock, oratorio? Oggi è considerata una delle opere più significative del rock progressivo degli anni Settanta. Ma quando 666 uscì, Aphrodite's Child si era già sciolto — Vangelis era partito per la sua strada elettronica (quella che lo avrebbe portato a Chariots of Fire, Blade Runner e un Oscar), mentre Roussos si era lanciato da solista. Due amici, due strade divergenti, due tipi di successo molto diversi. Entrambi assolutamente reali — non il tipo di storia in cui uno vince e l'altro perde.
La voce di Roussos — qualcosa di indefinibile
Ciò che distingue Demis Roussos da tutti i cantanti pop della sua epoca è la sua voce. Non perché cantasse bene in senso puramente tecnico, ma perché quella voce aveva una qualità genuinamente difficile da descrivere con le parole ordinarie.
Era un tenore, ma non un tenore lirico alla Pavarotti — senza quell'aria eroica, senza il peso del conservatorio. Non era nemmeno un falsetto nel senso comune — la sua voce non era sottile, non se ne andava nell'aria come un soffio. Qualcuno la chiama "falsettone" — un registro acuto che mantiene però corpo, vibrato, qualcosa di caldo all'interno di ogni nota. Da bambino aveva voluto studiare opera, ma la sua famiglia non ne aveva i mezzi. Se avesse percorso quella strada, sarebbe forse diventato un tenore classico ordinario, e non avremmo mai avuto il Demis Roussos delle ballate pop degli anni Settanta. Quella mancanza — il non essere stato formato nel modo convenzionale — si rivelò essere esattamente ciò che lo rese unico.
Roussos cantava canzoni tristi. Non triste come una tragedia, non triste come il pianto — triste nel modo di chi ricorda. Di chi guarda indietro e vede con chiarezza ciò che ha lasciato, le persone che ha conosciuto e non incontrerà più. Quella voce era in perfetta sintonia con quel tipo di musica: "Forever and Ever" (1973), "Goodbye My Love Goodbye" (1973), "When Forever Has Gone" (1976) — ogni titolo annunciava la fine di qualcosa di bello. E cantava queste fini non come un disperato, non come qualcuno che reclama ciò che ha perduto — ma come qualcuno che ha accettato tutto, che ricorda con un calore visto da lontano.
Amava anche indossare i kaftan sul palco — quelle lunghe vesti orientali — e quell'immagine è diventata inseparabile dal suo nome. Un uomo imponente in kaftan, in piedi sul palco, che canta canzoni tristi con una voce al tempo stesso alta e calda. Sembra strano da descrivere, ma era perfettamente giusto per quello che era: nessun bisogno di somigliare a qualcun altro, basta essere se stessi. Sapeva chi era e non aveva bisogno di nasconderlo. È una forma di coraggio che non tutti gli artisti hanno.
"From Souvenirs to Souvenirs" — una canzone che vive di memoria
La mia canzone preferita di Demis Roussos è "From Souvenirs to Souvenirs," dall'album omonimo pubblicato nel 1975 dalla Philips. Fu scritta da Alec R. Costandinos e Stélios Vlavianós. La cosa curiosa è che Costandinos diventò poi famoso per le sue produzioni disco alla fine degli anni Settanta — difficile immaginare che l'autore di questa ballata romantica e silenziosa sarebbe diventato un produttore di musica da discoteca qualche anno dopo. Ma Costandinos era il tipo di musicista che segue il proprio istinto senza lasciarsi rinchiudere in un genere.
La canzone si apre con un'immagine molto precisa e molto quieta: una stanza solitaria, una sedia vuota. Il narratore non esce a cercare qualcosa, non grida, non reclama nulla — rimane seduto in quella stanza con gli oggetti che lo circondano, e quegli oggetti gli ricordano la persona che non c'è più. Calendari, fotografie, piccole cose che due persone condividevano un tempo — ora solo una persona e quegli oggetti. L'immagine è insieme molto concreta e completamente universale: chiunque si è mai seduto in una stanza e ha visto qualcosa che gli ricordava qualcuno del passato.
Il ritornello "From souvenirs to more souvenirs I live" è, a mio avviso, una delle frasi più belle del pop anni Settanta. Non perché sia complessa — al contrario: è semplice come il linguaggio può essere e tuttavia perfettamente vera. Vivere da un ricordo all'altro, senza nulla di nuovo se non ciò che è già passato — quell'idea si trova esattamente al cuore di un'emozione che tutti conoscono ma che pochi riescono a esprimere così nettamente.
Dal punto di vista strutturale, il brano è elementare: strofa — ritornello — strofa — ritornello, senza bridge complicato, senza modulazione a sorpresa. Ma è proprio questo il punto. Costandinos e Vlavianós sapevano che questa canzone non aveva bisogno di virtuosismi. Aveva bisogno di una semplicità assoluta perché la voce di Roussos potesse fare tutto il lavoro restante. Nella strofa canta nel suo registro medio — leggermente stanco, leggermente pacato, come qualcuno che racconta la propria storia triste senza aver bisogno che tu la compatisca. Quando arriva il ritornello, la sua voce sale portando quel suono caratteristico — non un grido di dolore ma la voce di chi ricorda con intensità totale. E poi "I'll keep on turning in my mind" — quell'ultima nota della frase Roussos la trattiene come se non volesse lasciarla andare, come qualcuno che sa che non dimenticherà mai davvero, anche se lo volesse.
Non riporto qui le parole originali inglesi per motivi di diritti d'autore — ma chiunque voglia trovarle le troverà facilmente. Quello che voglio dire è questo: l'incastro tra testo e melodia è perfetto. Non c'è nota di troppo, non c'è parola che non sia esattamente dove deve essere nel ritmo. Questo è l'aspetto di una scrittura musicale accurata — dire meno, significare di più.
In Unione Sovietica, "From Souvenirs to Souvenirs" era la canzone più popolare di Roussos — così popolare che lo stesso Roussos si sorprese nel saperlo. La storia di una ballata greco-francese diventata un fenomeno oltre la Cortina di ferro, in un mondo quasi completamente tagliato fuori dalla pop occidentale, dimostra che certe canzoni non hanno bisogno di confini, né di spiegazioni, né di un contesto culturale comune. L'emozione che contengono è sufficiente.
Nicholas Phạm e la storia di "Đâu Rồi Những Dấu Yêu?"
Amavo così tanto questa canzone che ho scritto delle parole vietnamite su di essa.
(Nota: "Đâu rồi những dấu yêu?" significa all'incirca "Dove sono andati tutti i miei cari?" — sono le parole vietnamite originali di Học Trò, scritte sulla melodia di "From Souvenirs to Souvenirs", non una traduzione del testo inglese.)
Le parole vietnamite non sono una traduzione — le ho adattate, non tradotte. L'inglese ha il suo ritmo, il vietnamita ne ha uno completamente diverso, e se si traduce direttamente le parole non cadono sulle note, risulta goffo e forzato. Avevo già tentato questo gioco una volta con "If" dei Bread — avevo scritto delle parole vietnamite come dono quando mi ero appena innamorato "dell'amore della mia vita." Quelle sono andate perse, il che è giusto — quando si è innamorati, a che serve pensare alla parola "if", vero?
La scintilla che mi ha spinto a scrivere "Đâu rồi những dấu yêu?" venne da una scoperta casuale su YouTube. Mi imbattei nel canale di un vietnamita di nome Nicholas Phạm — una persona con un vero talento nel raccontare storie attraverso le immagini. Uno dei suoi video sovrapponeva "From Souvenirs to Souvenirs" alle sue vecchie foto del liceo in Francia: volti giovani vietnamiti e francesi, feste vivaci, vacanze estive al mare, angoli di strada parigini e i sorrisi di vecchi amici. La musica di Roussos che scorreva su quelle immagini — quella combinazione mi fece sentire la canzone in un modo completamente diverso. Non più una ballata astratta su un amore perduto, ma una giovinezza precisa con volti, nomi, indirizzi, l'odore del mare di quell'estate e le risate di persone che non sono più giovani.
E scrissi:
(Testo vietnamita originale — Lời Việt: Học Trò, 2010)
Chiếc ghế trống không, căn phòng lẻ loi,
Thật khó biết bao khi đời vắng tênh,
Nhìn những lá thư khi xưa em trao đến anh, còn em chẳng thấy,
Trong anh rưng rưng kỷ niệm xa vắng ...
Em yêu ơi, ôi đâu còn đâu nữa đôi ta,
những sớm nắm tay trong sân trường thề thốt yêu nhau,
Em yêu ơi, ôi đâu còn đâu nữa môi hôn, trao nhau ngại ngùng
những ước mơ xưa nay đã trôi xa ...
Sẽ chẳng có ai như em dấu yêu,
Để hát với anh bao khúc nhạc vui,
Chỉ có đơn côi bao quanh lấy anh, một thân một kiếp,
Em trong tim anh chỉ còn là ký ức ...
Em yêu ơi, ôi đâu còn đâu nữa đôi ta,
những sớm nắm tay trong sân trường thề thốt yêu nhau,
Em yêu ơi, ôi đâu còn đâu nữa môi hôn, trao nhau ngại ngùng
những ước mơ xưa nay đã trôi xa ...
Il ritornello — "Em yêu ơi, ôi đâu còn đâu nữa đôi ta" — non ho cercato di rendere "from souvenirs to more souvenirs" ma sono andato dritto alle immagini: le mattine a tenersi per mano nel cortile della scuola, il primo bacio timido dell'amore nascente. L'originale parla di memoria in termini generali; la mia versione vietnamita cerca di ricondurla a momenti concreti — il tipo che chiunque sia stato giovane e innamorato riconosce subito senza bisogno di spiegazioni. È ciò che ho imparato studiando il compositore Phạm Duy: le buone parole hanno immagini reali, non solo emozioni astratte.
Queste sono le uniche parole vietnamite che ho scritto e sono riuscito a conservare. Copyright 2010 — anche se nessuno mi contesterà la paternità, ma suona più ufficiale. Quando scriverò un terzo testo? Non lo so. "J'ai le coeur trop grand pour moi" — la melodia è davvero bella e mi sorprendo a canticchiarla in macchina — ma le parole originali sono francamente deludenti ("Ti chiami Jeanne, credo... sì, giusto..."). Se la adatto, deve valere la pena farlo.
Paul Mauriat e l'arte di non imporsi
L'ho detto fin dall'inizio: sento Roussos più attraverso Paul Mauriat che negli originali. Vale la pena spiegare perché.
Paul Mauriat era il tipo di musicista che sa come rendere omaggio a una canzone senza mettersi al centro di essa. Quando arrangiò la musica di Roussos per Paul Mauriat Plays The Hits Of Demis Roussos (1979), non cambiò il nucleo emotivo di nessun brano — sostituì semplicemente la voce cantata con un'orchestra, e quell'orchestra assunse il ruolo di narratore che la voce di Roussos aveva sempre svolto. Sembra semplice, ma in realtà è molto difficile. Il pericolo nel riarrangiare una ballata è che un'orchestrazione troppo densa soffoca lo spazio respiratorio dell'originale; troppo leggera e suona vuoto. Mauriat trovò quell'equilibrio in quasi tutti i brani.
Nella sua versione di "From Souvenirs to Souvenirs," la melodia principale è affidata a un unico strumento solista — e sentirla salire e scendere seguendo esattamente i contorni che Roussos cantava, senza parole, apre uno spazio che l'ascoltatore riempie con i propri ricordi. È questo ciò che fa la buona musica strumentale: non ti dice cosa ricordare, apre solo la porta. Sei tu che entri.
Di tutti i dieci brani dell'album, "Because" — che è "Mourir auprès de mon amour" nella versione francese — è quello che trovo meglio arrangiato da Mauriat. L'originale di Roussos ha una tenerezza molto particolare; la versione di Mauriat prende quella tenerezza e la distende, la lascia respirare più lentamente, dà all'ascoltatore più tempo per sedersi in quel sentimento invece di inseguire le parole.
Vale anche la pena notare che sia Roussos che Mauriat erano artisti Philips in quel periodo — questo album orchestrale non fu quindi un abbinamento casuale, ma un progetto voluto dall'etichetta. Per fortuna, entrambi gli uomini vi dedicarono una cura autentica. Il risultato suona come qualcosa che viene da un sentimento reale, non da una fabbrica.
Una vita, una voce
Demis Roussos morì il 25 gennaio 2015 ad Atene, dopo aver lottato contro un cancro allo stomaco e al fegato. Aveva 68 anni. La notizia arrivò a molti come quella della morte di un amico familiare — impreparati, anche se si sa che tutti alla fine se ne vanno.
Nel corso della sua carriera vendette oltre 60 milioni di album, cantò in molte lingue — inglese, francese, greco, italiano, tedesco e altre ancora — e fu uno dei rari artisti europei che poteva dire onestamente che la sua musica aveva raggiunto il pubblico ovunque: dall'Europa occidentale all'Unione Sovietica, dal Giappone al Medio Oriente. Visse anche attraverso una di quelle esperienze che nessuno vorrebbe: nel giugno 1985, era passeggero sul volo TWA 847, dirottato da Hezbollah da Atene. Lui e sua moglie furono tenuti in ostaggio per cinque giorni. Compì 40 anni durante quei giorni di prigionia. La leggenda vuole che gli altri ostaggi lo abbiano riconosciuto e gli abbiano chiesto di cantare, e che lui l'abbia fatto. Cantare mentre era prigioniero, cantare per persone nella stessa situazione — quella storia suona molto come Demis Roussos: una voce che anche nelle peggiori circostanze non riusciva a spegnersi.
Quello che non dimenticherò mai della sua musica è che quella voce non chiedeva nulla all'ascoltatore. Nessun bisogno di capire il greco, nessun bisogno di conoscere Aphrodite's Child né Alessandria né il suo passato complicato. Basta ascoltare. Basta lasciare che quella voce entri nell'orecchio e risvegli qualcosa — un ricordo preciso, un volto preciso, un pomeriggio di cui non si ricorda più la data ma di cui si conserva ancora il sentimento. È qualcosa che non tutti i cantanti sanno fare.
L'ho sentito per la prima volta attraverso l'album di Paul Mauriat. Poi ho trovato gli originali. Poi un giorno mi sono seduto e ho scritto delle parole vietnamite per la canzone che amavo di più. Da ricordo in ricordo — esattamente come lui cantava.


